Le nostre anime di notte – Condividere la solitudine

Le nostre anime di notte – Condividere la solitudine

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Negli ultimi anni, pochi sono stati i libri che mi hanno tenuto incollata alle pagine. Facendo un bilancio, ho letto libri molto belli, altri meno, ma tra quelli che mi hanno tenuta sveglia di notte posso annoverarne pochi: la tetralogia de L’amica geniale di Elena Ferrante (i primi due a essere sincera), La vita felice di Elena Varvello, Purity di Jonathan Franzen, Eccomi di Jonathan Safran Foer. Adesso, alla lista, posso aggiungere con immenso piacere Le nostre anime di notte di Kent Haruf, uscito postumo. In Italia è stato pubblicato il 13 febbraio da NN Editore e tradotto da Fabio Cremonesi.

Le nostre anime di notte è diventato subito un caso editoriale. L’ho scoperto attraverso Petunia Ollister e l’ho subito segnato sulla lista dei libri da comprare. Dopo averlo acquistato, ho sentito che ne hanno parlato alla radio, ne ha parlato Elena Varvello, ne hanno parlato i giornali, soprattutto gli inserti dedicati alla letteratura, il romanzo è arrivato, nel giro di pochissimo, primo nelle classifiche di vendita. Quando ho cominciato a leggerlo, non volevo più staccarmi, mi dicevo «Ancora una pagina e poi smetto», e non smettevo. Volevo leggerlo lentamente, ma non ci sono riuscita.

Ci troviamo a Holt, cittadina immaginaria dove è ambientata anche la Trilogia della Pianura (edita sempre in Italia da NN Editore), i due protagonisti principali sono Addie Moore e Louis Waters, due anziani, vedovi entrambi e vicini di casa. Tutto comincia con Addie che si reca dal vicino per fargli una richiesta molto pudica. Gli chiede, senza troppi giri di parole, di passare le notti insieme, parlare e dormire nello stesso letto perché la solitudine è ormai diventato un fardello troppo pesante da sopportare e «le notti sono la cosa peggiore». Louis è colto di sorpresa, i due non si conoscono così bene, eppure dovrebbero condividere lo stesso letto. Ci deve pensare, questo sì, e poi cosa dirà la gente? Ma a Addie non importa nulla, gli abitanti di Holt lo scopriranno.

«A me non interessa. Lo verranno a sapere. Qualcuno ci vedrà. Passa dalla strada, entra dalla porta principale. Ho deciso di non badare a quello che pensa la gente. L’ho fatto per troppo tempo – per tutta la vita. Non voglio più vivere così. Dà l’idea che stiamo facendo qualcosa di sbagliato o scandaloso, qualcosa di cui vergognarci».

Così Louis, armato di sacchetto contenente spazzolino e pigiama, entra in casa di Addie. La storia comincia soprattutto per il lettore che – come se fosse uno spettatore al cinema – scopre il passato di entrambi i protagonisti. Loro non si conoscono molto bene, l’ho già scritto sopra, e nemmeno noi li conosciamo così bene, vogliamo saperne di più di questi due anziani che decidono di vivere la loro solitudine insieme. A Holt, come aveva ben previsto Addie, i cittadini parlano e tutti credono che sia indecoroso, a quell’età, ma come si può? Sono stati scoperti, ma per fortuna anche Louis si fa trasportare dalla noncuranza di Addie. La storia comincia a intensificarsi quando Jamie, il nipotino di Addie, viene portato dal padre a casa della nonna perché lui e la moglie hanno dei problemi coniugali. Addie è contenta dell’arrivo del nipote, ma non vuole turbarlo. Chiede così a Louis di non andare a casa sua per qualche notte, vuole che il contatto tra lui e il bambino sia graduale, cosa che accade, nonostante alcuni problemi da risolvere con un’altra persona che, forse, si comporta in modo più infantile di Jamie cioè Gene, suo padre, che tenterà in tutti i modi di ostacolare la “relazione” della madre.

Ho letteralmente amato tutto di questo romanzo: la scrittura breve e poetica al tempo stesso, i dialoghi, i personaggi che non hanno timore di mostrare le proprie debolezze, di ammettere le proprie colpe, di essere più forti dei pettegolezzi della gente. Quello che forse ho più apprezzato è proprio il coraggio di Addie, questa donna anziana e sola, che senza pudore chiama il vicino di casa per fargli la proposta. Un personaggio femminile che – a tratti – è forte, molto forte. Ed è per questo che mi è ritornata in mente una frase tratta da un romanzo di Stefano Benni, Di tutte le ricchezze: «La mia solitudine è dignitosa, la affronto a testa alta, ma se la guardo in faccia mi deride, mi ferisce, fa ritornare tutte le solitudini del passato. È così: ogni solitudine contiene tutte le solitudini vissute».

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