Testimoni di giustizia: la Sicilia li assume, ma lui non può tornare

Testimoni di giustizia: la Sicilia li assume, ma lui non può tornare

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Vi raccontiamo la storia di Angelo, 51 anni, 4 figli, testimone di giustizia da 15 anni.
Aveva 26 attività commerciali che gestiva insieme ai due fratelli maggiori, di cui oggi non gli rimane niente: le attività le ha perse tutte, e anche i fratelli, uccisi dalla mafia uno nel ’99 e l’altro nel 2000.
Angelo, originario di un paese dell’agrigentino, fa parte del gruppo dei 13 testimoni di giustizia che la Regione Sicilia ha assunto nei giorni scorsi, dando seguito ad una legge approvata dall’Assemblea regionale. Ma il problema, e il paradosso, è che Angelo non può rimettere piede in Sicilia per motivi di sicurezza.

A tal proposito, per denunciare situazioni come quella di Angelo e di tanti altri testimoni di giustizia, il deputato del PD Davide Mattiello – componente della Commissione parlamentare Antimafia, in cui coordina proprio il gruppo di lavoro che si occupa dei testimoni di giustizia, dei collaboratori, e delle vittime di mafia – ha scritto una lettera aperta al premier Matteo Renzi, in cui chiede una maggiore attenzione per queste persone “perchè sentano di essere nel cuore delle preoccupazioni dello Stato e non un peso mal sopportato”.

Racconta Angelo: “Ero un imprenditore ricco, felice e fortunato, e con i miei fratelli ho fatto fortuna in Germania. Siamo rientrati in Italia negli anni Novanta e nella nostra terra, la Sicilia, abbiamo cercato di aprire un’attività commerciale. Subito ci sono stati problemi: il nostro negozio avrebbe fatto concorrenza ad un altro il cui titolare era appoggiato dalla politica locale e sono passati anni prima che ci venisse concessa la licenza. Ma il peggio è arrivato quando uno dei miei fratelli ha avuto l’idea di aprire un’agenzia di onoranze funebri. Nel paese ce n’era un’altra senza autorizzazioni ma appoggiata dalla mafia provinciale. Io in quel periodo iniziai a denunciare la corruzione, il malaffare, le collusioni tra mafia e politica, il sistema della spartizione degli appalti. Prima mi furono uccisi i cani. Nel ’99 e nel 2000 furono uccisi i miei fratelli. Il primo lasciò la moglie, il secondo moglie e tre figli”.

Con le sue denunce Angelo ha portato alle dimissioni di un sindaco, all’arresto di noti mafiosi latitanti, alla scoperta di un traffico di armi e droga, di appalti pilotati e di corruzione politica. Da allora ha dovuto lasciare la Sicilia, chiudere le aziende, e insieme alla sua famiglia è entrato nel programma di protezione dei testimoni: “Vuole la verità? Mi dispiace essere nato in Italia”, questo è l’amaro commento con cui conclude.

Ma quello di Angelo non è l’unico caso di ‘situazione difficile’ per un testimone di giustizia. Per esempio Luisa, che ha sposato un testimone di giustizia in programma speciale di protezione in località segreta, attende da diversi mesi la possibilità di poter rivedere i suoi genitori e i nipoti, poiché le autorità competenti si trovano a non poter garantire la sicurezza.

E i casi naturalmente sono anche fuori dalla Sicilia. A Michele, in Calabria, la ‘ndrangheta ha promesso la morte. E lui in Calabria non può tornarci, ha un divieto certificato dalle Autorità, secondo cui, in caso strettamente necessario, può tornarci solo con scorta e auto blindata. Ma la scorta adesso gli è stata revocata.
“Così non va – scrive Mattiello nella sua lettera – un testimone di giustizia riscattato ad una vita libera e dignitosa vale più di tante leggi contro mafia e corruzione”.

I testimoni di giustizia, in Italia, sono meno di 100, e la maggior parte di essi ha età compresa tra i 26 e i 60 anni. Nel programma di protezione del Viminale rientrano, inoltre, 253 loro familiari, fra i quali 103 hanno un’età compresa tra 0 e 18 anni.

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