Sarcofagi e pitture, torna in Italia un patrimonio dell’archeologia

Sarcofagi e pitture, torna in Italia un patrimonio dell’archeologia

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Due splendidi sarcofagi etruschi dipinti, un sarcofago romano, le lastre ricche di figure e di colori di una sepoltura di grande rilievo. E poi decine e decine di statue, crateri, oinochoe, fregi, busti in marmo. Recuperato nel 2014 dai carabinieri dei beni culturali nei caveau del Porto Franco di Ginevra, torna in Italia una parte del tesoro che fu del mercante e trafficante inglese Robin Symes, 45 casse piene di piccoli e grandi gioielli archeologici di ogni genere provenienti dalle razzie dei tombaroli degli anni ’70 e ’80, per un valore stimato che supera i 9 milioni di euro. Meraviglie scavate di frodo nel Lazio e in Toscana, ma anche in Campania, Calabria, Sicilia, Puglia, sottolinea presentandoli alla stampa il generale Tpc Mariano Mossa. Esportati illegalmente e acquistati da Symes, i reperti erano destinati ai mercati di Gran Bretagna, Usa e Giappone. Anche se poi, complice forse il cambiamento di clima in Occidente per i traffici di arte, tutto è rimasto per decenni stipato in casse e caveau. La visione d’insieme stordisce. Accatastate nelle sale della caserma dei carabinieri, tutte quelle casse zeppe di storia danno veramente il senso della razzia del patrimonio perpetrata per decenni da tombaroli e trafficanti. E non solo, perché nel caleidoscopio di tesori c’è anche la sorpresa di un gruppo di lastre dipinte provenienti da Cerveteri, “assolutamente eccezionali e uniche”, come sottolinea la soprintendente all’Etruria Alfonsina Russo, il cui restauro potrà fare nuova luce sulla pittura etrusca e permetterà il ritorno nei musei di una testimonianza senza eguali sulle decorazioni dei templi di quel periodo. La soprintendente ne è convinta: quelle intere casse di frammenti decorati, con i volti e i corpi delle divinità che si affacciano tra fregi e losanghe rosse, nere, ocra, e il racconto dei combattimenti rituali e delle offerte, sono il frutto della grande spoliazione – avvenuta anch’essa negli anni ’80 – di un tempio etrusco di Cerveteri, forse della zona della Vigna Marini-Vitalini, azzarda la studiosa. Le decorazioni, “eseguite su lastra perché evidentemente il tufo di Cerveteri non si prestava alle pitture”, precisa Alfonsina Russo, testimoniano comunque di due fasi di vita dello stesso tempio, decorato una prima volta nella metà del VI secolo a.C., e poi ristrutturato, con il rifacimento di tutte le pitture, alla fine di quello stesso VI secolo. Sono tavole eccezionali, ribadisce entusiasta la soprintendente, perché uniche: “Delle pitture di templi etruschi avevamo solo frammenti conservati nel museo etrusco di Villa Giulia – sottolinea – poi ci sono le lastre dipinte conservate al British Museum e al Louvre, rispettivamente ‘Boccanera’ e ‘Campana’, ma quelle provengono da tombe non da un tempio”. Un recupero straordinario, quindi, “che consentirà di fare nuova luce sulle botteghe che fiorirono in quell’epoca in Etruria con artigiani provenienti dalla Grecia”. Da qui l’esigenza di partire subito con il restauro: “potrebbe bastare anche solo un anno e mi piacerebbe che si facesse un restauro aperto, che il pubblico potesse seguire”, dice la soprintendente; quanto ai soldi, fondi specifici non ci sono, “ma si può far conto sui ricavi della bigliettazione della necropoli della Banditaccia o anche sull’Art Bonus”. Accanto a lei il ministro della cultura Franceschini annuisce, d’accordo anche sulla formula del restauro ‘open’, “il destino dei reperti ritrovati – assicura- sarà di tornare nei loro territori”. Il pensiero va anche ai capolavori d’arte, Mantegna, Tintoretto, Rubens, razziati a novembre in Veneto dal Museo di Castelvecchio. Qualche giorno fa l’arresto dei ladri, le tele però non sono ancora tornate. “Stiamo lavorando – assicura il generale Mossa – la tecnica investigativa è stata perfetta. Speriamo di poter concludere presto”.

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