‘Rimpatri forzati in Siria, la Turchia non è sicura’

‘Rimpatri forzati in Siria, la Turchia non è sicura’

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Migliaia di rifugiati siriani rimpatriati con la forza dalla Turchia verso zone di conflitto in Siria: a poco più di 48 ore dall’avvio del piano Ue-Turchia sui migranti, la denuncia di Amnesty International rilancia l’allarme sulla tutela di quelli che verranno rimandati indietro dalla Grecia. “La Turchia non è un Paese sicuro per i rifugiati siriani”, attacca l’ong internazionale dedita ai diritti umani. Una preoccupazione rilanciata anche dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), che parla di “troppe gravi lacune” sia in Turchia che in Grecia. Una preoccupazione aggravata dalla notizia di 16 siriani in fuga, tra cui tre minori, che, secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), sono stati uccisi in quattro mesi lungo la frontiera tra Siria e Turchia dalle guardie di confine turche. Accuse che Ankara respinge con forza. Ma l’Unione europea replica alle accuse di Amnesty: “Il principio di non respingimento è scritto nero su bianco nell’accordo ed è una ‘linea rossa’ che vogliamo vedere rispettata”, assicura Bruxelles. “Siamo qui per rendere operativo l’accordo – dicono dalla Commissione Ue – e prendiamo sul serio le accuse”. Nonostante ritardi e allarmi, i rimpatri partiranno lunedì da Lesbo o Chios. Dal 20 marzo, data spartiacque dopo la quale i migranti e i rifugiati saranno rispediti indietro, sulle due isole greche si sono ammassate circa 5 mila persone. I campi di accoglienza sono al collasso, mentre le tensioni tra gruppi di disperati si fanno sempre più forti: la scorsa notte cinque persone sono rimaste ferite in una rissa a Chios tra siriani e afghani. Altri 46 mila sono i rifugiati sul continente, bloccati in Grecia dalla chiusura della rotta balcanica. Resta allarmante soprattutto la situazione nel campo di Idomeni, al confine con la Macedonia, dove si trovano oltre 10 mila persone. E, seppur rallentati, gli arrivi via mare proseguono: nei primi tre mesi dell’anno – calcola l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) -, in 150 mila sono giunti in Grecia e quasi 20 mila in Italia, e di questi 620 di loro sono morti lungo la via. Per l’Unhcr, anch’esso critico nei confronti del piano, senza un urgente sostegno supplementare dell’Ue, la capacità limitata in Grecia dei servizi per le richieste di asilo creerà problemi. Anche il Parlamento di Atene è in corsa contro il tempo per l’approvazione di una norma necessaria per avviare i rimpatri. Ancor più preoccupante la situazione in Turchia: il primo campo di accoglienza per 5 mila persone è previsto a Manisa, vicino alla costa egea, ma i lavori non sono ancora partiti. Resta dunque incerto dove sarà condotto il primo gruppo di migranti. Secondo fonti greche, un traghetto scortato da imponenti misure di sicurezza riporterà sulle coste turche circa 500 tra afghani, pachistani e forse siriani. Per Bruxelles, in Turchia godranno comunque di una protezione adeguata. Ma la denuncia di Amnesty solleva nuovi dubbi. Da metà gennaio, accusa l’ong, i siriani rimpatriati con la forza dalle zone di confine sono stati un centinaio quasi ogni giorno, tra cui donne in gravidanza e bambini. A molti è stata negata la registrazione, necessaria per accedere a servizi minimi e ai ricollocamenti. Un rovesciamento della politica delle ‘porte aperte’, che ha alimentato nuovi business per i trafficanti di esseri umani. Per vigilare sull’accordo, in Turchia è giunto il responsabile europeo per la sua attuazione, Martin Weber, mentre lunedì arriverà il commissario Ue Dimitri Avramopoulos.

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