Piccola osteria senza parole – Una fotografia, un paesino veneto e un...

Piccola osteria senza parole – Una fotografia, un paesino veneto e un Paroliere

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Fin da piccola soffro di bibliomania, ovvero quel disturbo ossessivo-complessivo basato sull’accumulo di libri. Col tempo, la patologia è peggiorata: oltre al vecchio passaparola tramite cui mi vengono consigliate delle letture, ci si è aggiunto anche Internet, social network annessi. Questo mi spinge a riempire una lista di libri da comprare che ogni due giorni si allunga proprio come quando entriamo nell’ora legale e il sole tramonta sempre più tardi. È stato due anni fa, durante il Salone Internazionale del Libro di Torino, che ho aggiunto Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo, edito da Edizioni E/O, alla mia wishlist poiché era stato consigliato durante un incontro. Per comprarlo (data la lista di cui sopra) ci sono voluti due anni, per leggerlo molto di meno. Durante la scelta dei libri per l’estate, ho preso questo romanzo e l’ho riposto in valigia perché il titolo mi incuriosiva. Leggendolo ho fatto un salto sia temporale che metafisico, mi sono ritrovata nel 1994 a Scovazze, un paesino nato dalla fantasia dello scrittore e situato in Veneto.

Come detto sopra, ci ritroviamo nell’estate del 1994, l’anno in cui si gioca il Campionato mondiale di calcio in USA. Il 17 giugno, durante la partita Germania-Bolivia, a Scovazze fa il suo ingresso Salvatore Maria Tempesta, un uomo del sud, un teròne. A causa di una sciagura con la sua auto, Tempesta entra al Punto Gilda, l’osteria del paese, con in mano il gioco del Paroliere. «Da queste parti uno straniero lo riconosci al volo. Anche perché non ne passano mai. L’ultimo, mi hanno detto, risale a una mattinata di novembre di un paio d’anni fa». Il bar è gremito di gente, ma tutti sono concentrati davanti allo schermo. Costantino Paneghèl, detto l’Avvocato, dà velocemente delle indicazioni a Tempesta, convinto che abbia sbagliato strada e invece no. Quello è proprio il posto giusto. Tempesta ha una missione da compiere, un puzzle da risolvere, l’unico indizio è una fotografia strappata a metà che ritrae una donna davanti a un campanile.

Romeo Perrissinotto, detto Carnera, dà una mano all’uomo appena arrivato e lo porta in una casupola dove Tempesta potrà stare fino a quando non avrà risolto il mistero. Lo fa gratuitamente, ma senza accorgersene Tempesta lascia nel trattore di Carnera, il suo Paroliere che diventerà l’ossessione del suo aiutante e, poi, di tutto il paese. A poco a poco vengono presentati gli abitanti di Scovazze, in maniera realistica, quasi come se il lettore si trovasse al Punto Gilda. C’è Bepo Basso, un anziano che parla un dialetto così stretto da aver bisogno di un traduttore; c’è Malattia, un uomo che lavora in una polleria e ha una cotta per la Gilda, la padrona dell’osteria, da poco vedova; c’è Borìn, un vecchietto che, da quando è andato in pensione, gioca i suoi risparmi alle slot machine; ci sono i fratelli Sorgòn, bevitori, giocatori di carte e bestemmiatori. L’uomo del sud si ritrova in questo contesto, va spesso al Punto Gilda per bere una Lemon Soda e chiacchera con un ragazzo che scrive continuamente sul quaderno cosa succede a Scovazze. È il narratore della storia, esterno e interno allo stesso tempo.

«Vai a scuola?».
«Ho finito il liceo quest’anno».
«E adesso?»
«Pensavo di mettermi a lavorare».
«Che lavoro?»
«Non so, quello che capita».
«Se ti piace scrivere, dovresti scrivere».
«Scrivere è un lavoro?»
«Può diventarlo».
La Gilda ritorna. Appoggia sul tavolo un panino Montasù col salame all’aglio e del formaggio Montasio, il bicchiere di Lemonsoda.
«Dici?».
«Cosa?» domanda Tempesta addentando il panino.
«Che potrei farlo per lavoro?».
«Puoi fare quello che vuoi».
Donadoni ci prova invano con una staffilata da fuori.
Tempesta tira un lungo sorso di Lemonsoda.
Io scrivo “Puoi fare quello che vuoi” sul foglio di carta.

Mentre gli abitanti del paese, attratti dal Paroliere, cominciano a giocarci abbandonando carte e slot machine, Tempesta, accompagnato dall’Avvocato, gira per i paesini circostanti alla ricerca del campanile della fotografia e insegna a Malattia le tecniche di seduzione. La combriccola dell’osteria non mostra simpatia nei confronti dell’uomo del sud, convinti che porti sfortuna durante le partite di calcio, ma allo stesso tempo, cominciano ad accettarlo, si abituano alla sua presenza, alle sue Lemon Soda, alle sue chiacchiere. Lo guardano storto e lo ammirano, addirittura Borìn gli chiede di vendergli il Paroliere, che si giochi con i lemmi italiani o dialettali non importa, sono così questi abitanti, attaccati alla loro terra, semplici.

«Ma non bevi mai?» domanda l’Avvocato.
«Parecchio. Ma mo sto a dieta».
«Non aiuta a migliorare la tua immagine» rilancia Paneghèl, «però va bene, ci può stare. Ma le bestemmie? Possibile che non bestemmi?»
Tempesta resta zitto un istante.
«Per quella faccenda delle nozze di Cana». Fa una breve pausa.
«Uno che trasforma l’acqua in vino merita rispetto».

Perché un signore del sud giunge fino a Scovazze? Cosa si cela dietro le sue ricerche? Le domande non abbandonano il lettore fino alla fine del romanzo. Massimo Cuomo, attraverso una scrittura scorrevole e capitoli brevi, dà vita a una storia ordinaria, della vita di tutti i giorni, e colora la storia con espressioni dialettali al punto da credere di essere insieme ai veneti. I personaggi, cuore pulsante del romanzo, sono realistici e ben descritti, lo scrittore tratteggia sia l’iniziale ostilità nei confronti di Tempesta, sia la simpatia che cresce a poco a poco per il teròne, mentre in televisione continuano ad andare in onda le partite di calcio. Tempesta, misterioso e amichevole, anche grazie al suo Paroliere, farà da collante all’intera popolazione di Scovazze senza saperlo. Una lettura piacevole, un romanzo che ci ricorda che le belle storie possono accadere anche in un paesino inventato del nord Italia. La bravura degli scrittori, infatti, sta tutta qui: raccontare storie che colpiscano il lettore.

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